Puglia, mi manchi.

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La verità… sai qual è la verità? La verità è che mi manchi, sì, mi manchi tanto mia dolce e amata Puglia. Ti ho tanto biasimato, ti ho tanto deriso, ti ho odiato per anni interi, lo riconosco. Ma tu , Puglia, tu sei unica. Come potresti non mancarmi dopo due disperati anni di mera scienza e mera vita metropolitana? Tu, con il tuo mare, con i tuoi profumi, con le tue barche, con i pescatori e le loro reti ,attivi dalle 4 del mattino; con il pesce fresco, con i lampioni accesi di notte che si rispecchiano sul mare, con le tue strade uniche, umide al sapore di mare, strade  di campagna e non, con i tuoi alberi di ulivo, con i tuoi profumi di terra e di Ionio, indimenticabili. Tu, con le tue giornate primaverili, le macchine cabrio ed i sigari accesi, al fine di goderti, bella come sei.

Tu con le tue rocce a spicchio sul mare, tu , con le tue passeggiate la domenica pomeriggio ed il gelato fresco al Miramare o a Las Vegas; tu, con i pranzi domenicali interminabili, con  ostriche e  champagne ma anche con  moscardini fritti e polpo alla griglia ed una birra sul molo; tu, con il tuo mare infinito e con l’infinito semicerchio in fondo al mare e le barche a vela; tu, con i tramonti indimenticabili ed i  sabato pomeriggio di shopping sfrenato e di caffè.

Tu, splendida, con il mare mosso, le Harley Davidson e qualche goloso a divorare i ricci sulla spiaggia nei mesi con la r; tu, con le domeniche sera al Petruzzelli e la musica classica ed i pomeriggi spesi alla Feltrinelli per divorare classici a volontà. Tu, Puglia, sei unica. Unica con le cene  da Taku ed il profumo marino che aleggia nell’aria e che si percepisce anche a lunga distanza; tu, con la tua finezza, sì, con la tua eleganza, perché, diciamocelo, è stato grazie a te che ho imparato ad apprezzare il bello. E’ stato grazie a te che ho imparato a vivere e a sognare.

Io, in Puglia, mi sento viva e non ne posso più di questa mera scienza e di queste insipide serate all’insegna dell’alcool, dei taxi, e del Reggaeton. Cosa posso sognare, a cosa posso agognare se la mia vista si limita a quella del finestrino di un frenetico taxi e se gli unici odori che posso apprezzare sono quelli di palazzi tristi,interminabili e chilometrici che si ostinano a circondarmi e a contribuire al mio senso di oppressione? Sì Puglia, tu mi manchi perché, oltre alla tua unicità, mi manca la libertà. Tu, con il tuo mare e le tua campagne infinite, mi hai donato il senso di libertà. Ora, dov’è il mare? Dove sei tu ? Mi manchi, ho voglia di guardarti all’infinito e di esprimere i più bei desideri… Ma come posso? Come posso se non ho il mio infinito? Un infinito in una città non c’è, non ho un orizzonte,e se non ho un orizzonte, non ho nulla a cui aspirare perché assieme al mio orizzonte sono venuti meno anche i miei sogni, perché  è lì, di fronte all’infinito, all’illimitato che si assapora la libertà e si vive. Perché vivere è sperare, progettare, augurare, vivere è voglia di vivere. Ma senza sogni e desideri non c’è voglia di vivere, e senza la voglia di vivere tutto è finito. Non ho un infinito da guardare con occhi speranzosi e non ho più sogni né progetti, mi sento vuota e svilita in questa insipida città: “me falta el aire”, come direbbero da queste parti.

Sì, non ho più nulla da ammirare: il sole , al mattino è nascosto dai palazzi e la mi amata letteratura, annessa alla mia capacità di emozione, è stata sostituita da patologie, radiografie, otturazioni e segni clinici, neanche più da sintomi(che suppongono un minimo di soggettività). La soggettività, appunto, il sentimento, la mia tanto amata humanitas, sono tramontati assieme al mio infinito e al mio mare e ai miei sogni. Puglia mi manchi, tu eri così completa, così dolce, così simpatica, mi sorridevi ogni mattina e la mia voglia di viverti era alle stelle.

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Svegliamoci

In una soleggiata mattina di fine Luglio, il tema della indipendenza non poteva essermi più caro. Dopo aver divorato un libro che mi ero riproposta di leggere da tempo e che, per forze di causa maggiore, avevo dovuto abbandonare sulla mensola della mia stanza da letto a Bari, il tema della indipendenza e dunque della autonomia è tornato, come sempre, ad essermi caro (in verità lo è sempre stato e lo è sempre, ogni giorno, ogni sera, lo è durante ogni caffè sorseggiato, durante ogni sigaretta accesa) dunque è tornato, più che altro, tra le pagine del mio blog.

Il libro in questione è quello di Malala, la eroina pakistana, la bambina con gli attributi (perdonatemi per la volgarità) che si è battuta per l’istruzione nel suo paese. L’istruzione che è la chiave di accesso alla emancipazione e l’emancipazione va a braccetto con l’indipendenza; l’indipendenza è l’indipendenza da tutto e tutti, di tutto e tutti. Essere indipendenti non significa solo essere indipendenti economicamente, riuscire a pagare le bollette a fine mese senza dipendere da nessuno; essere indipendenti significa anche essere maturi, ovvero, avere quella acutezza mentale che ti permette di pensare autonomamente, di non ricadere nelle balle di un falso politico, di non inciampare nelle reti di una religione fasulla. Essere indipendenti significa avere capacità critica, significa sedersi ad una scrivania, prendere una penna ed un foglio bianco e iniziare a pensare, a pianificare, a capire, soprattutto, prima di decidere. Ma capire, ragionare, pensare con la nostra testa, non con la testa di qualcun altro. E’ assolutamente troppo comodo e da ignavi accettare passivamente le idee degli altri, rassegnarsi e continuare a ripetere la mera frase secondo cui “io non posso farci niente, cosa pensate possa fare un misero Io contro miliardi di persone e di politici ladri?”. No, non è così, non è assolutamente così. La nostra voce può cambiare le cose! E sapete perché? Perché tutto parte da noi, perché è scontato e piuttosto ovvio, almeno credo, che se altre cento persone lì fuori cominciassero a pensarla come noi e ad essere convinti, appunto, che il loro mero Io non possa fare nulla per cambiare le cose, allora si assimileranno altri cento Io passivi e le cose precipiterebbero.  E’ un po’ come la questione della spazzatura, ad esempio, pensare che la nostra cicca di sigaretta gettata per terra non faccia la differenza, invece sì che la fa, se altre persone la pensano come noi e fidatevi che è così. Dunque tutto parte da noi. Aveva fatto bene Italo Svevo a concludere il suo romanzo alla stessa maniera con cui si concluderà il mondo: con una catastrofe. Quel finale, sembra essere davvero una premonizione di quello che stiamo vivendo. Perché è vero che “l’occhialuto uomo” sta usando i suoi ordigni per uccidere se stesso, per distruggersi, pensiamo al terribile periodo che stiamo vivendo. Io, ad esempio, sono una studentessa emigrata, vivo a Madrid, da quando ho scoperto cosa voglia dire essere indipendenti, vivere da soli, essere autonomi appunto, sono nati in me una forza ed un vigore che mi hanno fatto venire voglia di smuovere le montagne. Ho voglia di viaggiare, di visitare nuovi posti, di aiutare la gente bisognosa, ho voglia di studiare, di imparare sempre ed ovunque, sia stando seduta ad una scrivania che vivendo in prima persona le situazione. Ma come posso, io, realizzare i miei sogni se sto vivendo un’epoca di terrore e di degradazione totale?

Leggendo il libro quello che mi è successo è che ho iniziato, mano a mano che scorrevano le pagine, a tramutare quella che era commozione, compassione per la protagonista (e naturalmente anche molta ammirazione) in identificazione. E questo è un punto cruciale secondo me. Perché a me sembra che i talebani si siano spostati semplicemente e che abbiano dato il via alle loro irruzioni non più fuori dalle mura della casa della povera Malala nella sperduta Valle dello Swat, ma fuori dalle mura di casa mia. L’Europa è nel mirino e tutti sembrano guardare inerti, un po’ come hanno fatto tutti i Pakistani che, piuttosto che ribellarsi all’orrido regime talebano, non hanno fatto altro che arrendersi alle loro minacce e acconsentire vili, seguendoli da veri ignavi. Questi siamo noi, non c’è altro da dire, siamo noi. Io ho paura a tornare nella mia città universitaria, ho paura a sostare in aeroporto per più di due ore, io ho paura. Mi sono pentita questa notte di aver postato una foto su instagram osannando l’autobiografia di Malala, non vi nascondo che a momenti, ero tentata di eliminarla dalla paura. Paura, terrore sono le parole del secolo. E chi avrebbe mai pensato che in un’epoca di massimo sviluppo, in un secolo così avanzato, saremmo tornati indietro nel tempo? Lo aveva previsto Vico, in fin dei conti, con i suoi corsi e ricorsi storici.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Queste sono le terzine del canto terzo dell’Inferno dantesco. Queste terzine trattano di noi. Sono la descrizione dantesca degli ignavi, della gente del XXI secolo. Ma il guaio più grande è che, la malattia dell’ignavia, non ha colpito i nostri nonni, che forse, sono rimasti gli unici eroi del secolo, ma ha colpito noi, noi che siamo il futuro. Perché a noi non importa se migliaia di persone hanno perso la vita senza un motivo lì fuori, e tante altre ( e tra queste altre noi siamo annoverati,ed  è questa la vera tragedia) la rischiano, quello che conta è catturare il maggior numero di Pokemon alla guida. Svegliamoci, vi prego, svegliamoci. Quello che preme alle mie amiche  è trascorrere il pomeriggio al  bar intente a finire pacchetti di Merit da 10 e a bere  i soliti espressini. Si trattassero temi interessanti, ne varrebbe anche la pena ma no. Allora è giusto preferire la lettura di un libro ad un infinitesimo caffè insipido al bar! Svegliamoci, soltanto noi possiamo fare la differenza. Svegliamoci come hanno fatto Malala e suo papà, iniziamo ad agire con spirito critico e non per inerzia perché, a mio dire, la situazione ci sta sfuggendo di mano.

Vi allego il link del mantra del Buddha della Medicina, la cui funzione è : “to eliminate not only pain of diseases but also help in overcoming the major inner sickness of attachment, hatred, jealousy, desire, greed and ignorance“, sperando di inviare un messaggio di pace a tutto il mondo in un periodo difficile.

 

Strane risoluzioni

Madrid, 4 e 48 del mattino, squilla il mio telefono spagnolo, mi sveglio di soprassalto: è il tassista che mi chiama insistente, avevo chiesto un passaggio per Barajas a las cuatro y cuarentacinco ma non ho sentito la sveglia.

Risveglio tragico, due orette scarse di sonno alle spalle, sonno interrotto nel pieno della sua floridezza, si prospetta una giornata storta.

Valigia vuota, abbandonata lì e ripiegata tra i rimasugli del mio armadio in piena, straripante di borse e vestiti ammassati alla rinfusa.

Mi faccio forza, litri di acqua gelida sul mio viso caldo, gonfio, marcato e assonnato; bevo in un sorso il più ristretto e amaro tra i caffè.

Appunti di anatomia e biochimica radunati sulla scrivania del mio studio, vengono riordinati sommariamente e riposti nel borsone da viaggio, il make up non sarà necessario, le scarpe a punta dal tacco squadrato saranno destinate a poltrire nella scarpiera di Avenida Principe de Asturias per tutto il periodo natalizio, dimenticate. Il tassista persiste: “es quel me habias dicho a las cuatro y cuarentacinco y son las cinco”.

“Yo estoy llegando, no te preocupes” rispondo, falsa e irritata.

“Cuanto nos quiere desde aquí hasta el aeropuerto?” pregunto ansiosa, nervosa e assonnata più che mai, “una media hora” mi risponde, quieto, “no mas”.

Mi tranquillizzo.

Se solo avessi prenotato prima l’aereo, avrei potuto prenderlo ad un orario più decente, se solo non avessi fatto tardi ieri sera, mi sarei svegliata in tempo, se solo avessi preparato prima la valigia, se solo mi fossi svegliata prima avrei potuto gustare come si conviene il mio irrinunciabile morning coffee e fumare una sigaretta in tota pace, continuo a pensare imperterrita mentre palpeggio nervosa il mio viso assonnato, a mo’ di effetto decongestionante.

Arrivo al T2, corsa all’imbarco, valigia puntualmente aperta e ispezionata, causa, questa volta, la crema viso che avrei portato in Italia per mia mamma, corsa verso il gate per Fiumicino: il solito E81. Imbarco sufficientemente immediato, non mi abbandona la speranza di potermene stare tranquilla sul mio sedile, recuperando il sonno perso per tutta la durata del volo, con uno straniero al mio fianco, di quelli che ti sorridono, che sono sempre cordiali e positivi, pronti a sprigionare il proprio amore in ogni momento ma che sanno anche farsi i fatti propri senza importunare la gente. Non avevo voglia di essere disturbata nel corso del mio volo da un vicino de asiento stressante ma, ero pur certa che, un vicino cordiale avrebbe giocato un papel non indifferente  in quella mattinata iniziata male; un semplice sorriso, anche di un orientale trasandato e sdentato, mi avrebbe spogliata da quel negativismo mattutino, dovuto ad una cascata di retroalimentazione positiva di disavventure.

Su 180 passeggeri from all over the world, al mio fianco due amiche italiane. Una delle due apre la sua borsa dalla quale fuoriesce un laccio nero con una scritta stampata in bianco: Universidad Europea, la mia univeristà. No, non si può, mi rassegno, sconsolata…

Non riesco a prender sonno per tutta la durata del volo, per la prima volta dopo anni, non mi si stappano le orecchie in fase di atterraggio, bimbi piagnucolanti sul retro dell’aereo, sono stressata.

Arrivo a Fiumicino con la pazienza che mi ha abbandonata da un po’ma… sigaretta, penso, Victoria’s Secret, penso, Hermès, penso, slow coffee, penso, pianoforte, penso (sì, nel T1 di Fiumicino ci sono due pianoforti play me), un buon libro di letteratura, penso, il Corriere della Sera, penso, un po’ di musica, penso. Inizio a riprendermi.

Book shop: poco assortimento, naturalmente, letteratura easy, ovviamente. Eppure mi ostino a lasciare in un angolo, tenendoli sotto controllo, la mia borsa ed il mio borsone e ad indagare speranzosa tra il centinaio, non di più, di titoli.

Dopo una ventina di minuti conditi di speranza, curiositas, rassegnazione e ostinazione: “Il lato oscuro del cuore” sì, è lui, è lui quello giusto, sbraita il mio pensiero nel mondo della mia scatola cranica come se stessi in procinto di sposare non l’uomo della mia vita ma il romanzo della mia vita. Infatti la lettura del libro prescelto in questa circostanza, sarebbe stata emblematica per me, perché in teoria avrebbe rappresentato il ritorno di una sferzata di humanitas in un mondo costretto a essere troppo scientifico, in sostanza, studio odontologia controcorrente, controcuore e controvoglia.

Ho sempre pensato che se non avessi potuto seguire i miei desideri studiando filologia classica, avrei scelto la via dell’aurea mediocritas oraziana, optando per la psicologia, definendola sempre, a mio modo, come l’incarnazione del connubio tra scienza e humanitas ma non ho mai avuto la conferma di questo mia deduzione da nessuno perciò sono sempre stata portata ad accantonarla e a camuffarla sotto un velo di incertezza e precarietà. Ciò nonostante, essendo consapevole del fatto che al cuore, alla convinzione e alla forza dell’ainmo bisgona  dare adito, in un dato momento della mia vita, ho deciso che avrei risposto ai soliti curiosi e invidiosi, fannulloni e insistenti che mi avrebbero domandato il motivo per cui avessi fatto vertere l’ago della mia bussola verso la scienza che,  odontoiatria mi piace a prescindere ( e avrei mentito, giusto per il gusto di non dargliela vinta) e che se proprio avessi potuto scegliere, avrei optato per la psicologia (facendo loro capire che la forza di gravità dell’ humanitas agisce comunque su di me  ma  meno di quanto possano pensare).

Com’è andata a finire? Che io, quel libro, dovrei sposarlo per davvero. Pagina 17 de “Il lato oscuro del cuore”, secondo rigo: “Luija dice che in psicologia l’aspetto scientifico e quello romanzesco si incontrano, che in ogni caso clinico si può vedere un punto di intersezione dove il fatto, cioè il sintomo, incontra la fiaba…Parla addirittura di ‘scienza romantica, sostiene che il metodo migliore per una scienza come questa sia raccontare una storia, la storia di un uomo, di una vita”.

Dopo questa esperienza, concludo che la vita è come una ring composicion: è tutta una strana coincidenza, è un enkuklìos dove tutto torna, tutto combacia e tutto e tutti sono destinati a ritrovarsi e a non separarsi mai se sono destinati per davvero a stare assieme, anche se sono in contrasto tra loro. Un po’ come me e questa strana storia della scienza e dell’humanitas che continua a perseguitarmi: Ragione e Sentimento della Austen è il mio romanzo preferito ma è stato anche il titolo della mia tesi di maturità; ho frequentato il liceo classico per poi finire per studiare odontoiatria, mi è capitato di trovarmi a studiare in biblioteca come funziona il sistema nervoso  e ad essere irresistibilmente attratta da Ivanhoe di Walter Scott esposto sugli scaffali, sarò pur destinata a diventare odontologa  ma non riesco a fare a meno di leggere, scrivere, suonare il pianoforte e ascoltare la Bohème di Puccini. Come scrive il Manzoni nell’Adelchi: ” gran segreto è la vita e nol comprende che l’ora estrema!”.

La vita

Nella vita, non tutto ha un senso.

Ci catapultiamo per prendere un aereo last minute e questo parte.

Ci innamoriamo perdutamente e facciamo di questa persona il perno attorno al quale ruota tutta la nostra esistenza ma, presto o tardi, il perno si sviterà e cadrà sull’insipido e piano telo della nostra esistenza.

La vita è strana, è ingannevole, è furba, è tutto tranne che certezza. E forse è in questo che risiede il quid della sua bellezza: in questa sua imprevedibilità, in questo suo percorso in fieri, mai programmabile, mai certo, mai sicuro, mai protettore ma, viceversa, antagonistico e ingannevole.

Forse bisognerebbe imparare a prenderla così, così come viene, in questa sua caratteristica e perenne imperfezione. Chi vorrebbe una vita perfetta? Nessuno.

Chi ha una vita perfetta fa di tutto per renderla imperfetta. Chi non ha mai lottato nel corso della propria esistenza, chi non ha mai sofferto, cerca di auto fomentarsi nel creare problemi e situazioni strane, bizzarre, paradossali e difficili da sbrogliare.

Probabilmente risiede proprio in questo la bellezza della vita: nel sciogliere i nodi che essa ci serve su un vassoio d’avorio, nel placare le tensioni, le crepe e le creste che si formano sulle onde del suo tragitto.

La vita è un mare in tempesta, e noi siamo i timonieri di una imbarcazione in balia delle sue onde.

Il gusto della vita

Sono stanca.
Stanca di cosa?
Di tutto, o forse di niente.
Ho bisogno di evadere, di fuggire però poi, a volte, se ci penso, sono così legata alla mia vita.
Vi capita mai di pensare che non vorreste per nulla al mondo una vita migliore? Che tutto accade proprio come avreste voluto, che nulla avrebbe dovuto essere diverso o, eventualmente, cambiare?
E’ la mia vita, cavolo, e la gestisco come voglio.
Eppure, eppure ci sono momenti in cui mandereste tutto a rotoli, in cui imprecare sembrerebbe l’unica cosa ovvia da fare, l’unica che arrechi degli utili.
Imprecare perché le cose non sono andate come avremmo preferito che andassero, ma, ciò nonostante, io penso sempre, rifletto sempre e mi chiedo se, invece, non sia stata proprio questa svolta inaspettata, questo esito inatteso a dar sapore a quei monotoni plans che ci ostiniamo a costruire..
Perché forse è vero che i peggiori finali danno sfogo ai più entusiasmanti inizi.
Quale diamine è il gusto della vita? Mi sono sempre domandata questo e vorrei il parere di qualcuno a riguardo. Sarò pure monotona ma questa è una questione che mi preme da non poco.
Il gusto della vita è: 

-nell’innamoramento, nella diligenza, nella serietà, nella perseveranza, nell’affetto, nella famiglia, nella fiducia, nel rispetto, nella quiete, nella pìetas, nella certezza, nella garanzia, nella dedizione, nella sistematicità, nell’amore, nel sostegno.

 -nella follia, nel cambiamento, nell’imprevisto, nella forza, nella solitudine, nell’amore incondizionato per se stessi, nel sorriso, nel bicchiere di vino, nel sushi afrodisiaco, nella corsa in auto, nella sciata in montagna, nell’uscita con il professore, nella lettura di un ottimo libro, in una suonata al pianoforte o al violoncello, in una veleggiata in barca a vela, in una camminata su un paio di tacchi a spillo, in un rossetto rosso, in uno smalto dal colore provocante, in una sigaretta dopo un caffè, in una sigaretta dopo un calice di vino, in una sigaretta appena svegli, in una sigaretta in macchina col vento ed il profumo dell’aria pura che ci inondano e ci scompigliano i capelli, in un pezzo di Dvorak ascoltato a tutto volume ma anche nell’ultima canzone di David Guetta sparata a più non posso, a tal punto da confondere la propria auto con la disco, in un aereo preso al volo con fare da business woman, nel fascino di una lingua nuova, nel rombo di un’ auto di
lusso, nel luccichio di un inconsueto piercing o di una cinta rigorosamente Hermés, nella totale indipendenza, nella assenza di vincoli amorosi, vincoli distruttivi, laceranti, i peggiori che si possano instaurare…

«Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti» Andy Warhol

Un tempo, sì, un tempo era tutto più facile. E quando parlo di “un tempo” non mi riferisco solo e propriamente a tonnellate di anni fa ma anche al giorno, all’ora, al minuto, alla frazione di secondo che hanno preceduto quel maledetto 7 giugno 2010, maledetto non perché fosse fin troppo afoso o, viceversa, paradossalmente piovoso essendo agli esordi dell’estate ma perché  incoronato come l’exit day della tanto agognata (ma da me sola biasimata) fotocamera interna.

E come il piccolo protagonista de La Recherche si dannava l’anima affinché riuscisse a scrivere un romanzo e si sentiva molto unproductive quando, dopo essersi seduto davanti a un tavolino della lussuosa reception del Grand Hotel de Balbec non riusciva a mettere su, in termini di scrittura, neanche una riga e, deluso e annoiato più che mai, arrivava ad illudersi che “forse certi capolavori sono stati scritti sbadigliando” così la gioventù odierna (più che gioventù, devo correggermi riprovevolmente, la gente odierna ovvero sia adulti che bambini ma anche nonni e nonne) si danna l’anima per “altrettanti nobili obiettivi” quali conferire stabilità alla propria mano, non per riprodurre con la massima agilità un “allegro con fuoco” di Fr. Chopin ma per assicurarsi che l’obiettivo sia ben impresso nella fotocamera in modo da poter scattare un selfie da oscar.

E dunque non vi è neanche da stupirsi se la showgirl argentina Belen Rodriguez abbia addirittura condotto una lezione, in diretta televisiva, della durata di circa un’ora, su come poter scattare al meglio un selfie: una serie di utili tips destinati a tirare su di morale una marea di ragazzine e di signorine e, perché no, anche di businessmen(che, con l’atto dello scattare il selfie, a mio dire, perdono di veridicità e serietà) che devono misurarsi ogni dì con il tragico selfie time: nel letto, in palestra, in ufficio, in teatro, in auto, in vacanza, insomma, il selfie e il suo background sembrano essere divenuti indici sulla scala degli status symbols: migliore è la qualità del selfie e più ricercato e rinomato è il background, più il soggetto in questione “è al top” (per usare un’espressione che è new entry nel nostro vocabolario).

E in questo consistono l’assurdità e il paradosso: nel fatto che la selfie fever abbia colpito più gli adulti che i giovani, il mondo si è capovolto: nonni che chiedono ai loro innocenti nipoti di poter scattare un selfie-ricordo in occasione del loro compleanno, genitori all’avanguardia che scattano selfies sorridenti in compagnia dei loro amici, non curanti del modo in cui appaiono in fotocamera: l’importante, infatti, è ricordare, immortalare un momento felice e spensierato del tempo che scorre, zii e zie che si dilettano in corrispondenze virtuali con i propri nipoti e, se dovessi narrare un’esperienza personale, il culmine di questa sommossa è stato raggiunto quando, mentre ero intenta nel suonare un brano di Liszt al pianoforte, ho sentito i miei nonni sbraitare e gridare ad alta voce il mio nome al fine di interrompermi nella riproduzione di un favoloso pezzo classico per non perdere “l’importantissima” lezione della Rodriguez su come scattare un selfie. Dopo questo episodio, ho capito che, ormai, la situazione ci è letteralmente sfuggita di mano e che, nel corso della storia, siamo stati “passati al setaccio” per mezzo di una serie di fasi selettive, se possono essere definite tali,  (agli esordi la selezione naturale di Darwin, in seguito quella sociale, poi quella psico-fisica e intellettuale, con l’avvento degli homines novi ,se non che di quelli che si sono fatti da sé senza l’aiuto o la spinta di una favorevole posizione sociale, quella delle etnie e delle razze ed eccoci  arrivati nell’era della quinta (e si spera ultima) fase, quella della “selezione facciale” in cui passa al setaccio solo chi è fotogenico.

Ma sarei una codarda se non ammettessi che, ahimè, essendo stata costretta a seguire quella lezione e furbamente pensando che agli antipodi non voglio restarci e che al setaccio voglio passarci anch’io, ho giustamente tentato di trarne vantaggi concretizzando i suoi consigli: scattare la foto dall’altro verso il basso, centrare l’obiettivo con lo sguardo e così via ma il risultato è stato più che deludente: le imperfezioni erano sempre lì, le mie occhiaie così violacee e profonde e marcate da poter essere paragonate ai letti di due fiumi erano evidenti più che mai, per non parlare dello sguardo. Infatti il selfie, se preso sul serio e non irrisoriamente, come si converrebbe, può condurre verso una vera e propria crisi d’identità, verso un vero e proprio depression mood a tal punto da essersi diffusa questa massima sul web: ” a me, per essere felice, basta sapere che non sono come appaio nella fotocamera interna del mio iPhone”. Eppure  la speranza è sempre l’ultima a morire e dunque ci si ancora ad un secondo safety ring dopo i futili consigli delle showgirl: il photo shop. Quest’ultimo potrebbe essere correttamente definito come un’arma a doppio taglio nel senso che, il primo che capiti, non può affatto cimentarsi alle prese con un photo shop come fosse cucinare pasta asciutta anzi, a mio dire, dovrebbero inventare una nuova laurea, quella in photo shopping ed editing, perché, in effetti, il photo shop, bisogna saperlo usare altrimenti sarebbe di gran lunga preferibile non usarlo affatto. Considerando che i big del selfie abbiano sicuramente alle loro spalle una espertissima equipe di photo shopper che garantiscono loro una magica trasformazione della pelle quasi fosse priva non solo di rughe ma addirittura di pori, non dovremmo sentirci poi così brutti e non dovremmo sovrastimare il nostro funny selfie. Di fatto il ricorso al photo shop farebbe perdere al selfie quella che è la sua ragion d’essere: l’ingenuità, la semplicità e l’innocenza di un momento di felicità e spensieratezza collettiva o meno che sia. In breve, il selfie, a mio dire, andrebbe preso easily, così com’è, nella sua frugalità e leggerezza, nella sua comicità, in quel non so che di ironico e frivolo che, in sostanza, finisce per assumere.

Non potrei omettere però, dinanzi al manifesto fallimento dei due precedenti, quello che è il terzo safety ring: il get likes. Sì perché in una società, in cui il livello di fama e di bellezza di una persona si misura in base al numero dei cosiddetti likes su instagram(applicazione che riprende in toto l’essenza del selfie,stando a quanto detto prima, essendo un photogram di un istante) o su facebook, è bene trovare un modo per poterne ricevere copiosi e abbondanti dal momento che, il confronto tra il numero dei likes che riusciamo ad ottenere e quello che riescono ad ottenere altre persone, diviene il nostro centro di gravitazione universale e la nostra ragione di vita. Poiché questa situazione è finita per diventare davvero frustrante (della serie che la gente è arrivata a sbraitare pubblicamente: “non capisco perché Tizio sia così brutto ed abbia all’incirca un migliaio di mi piace ed io, che ho per lo meno un fisico ben definito, debba riceverne solo una scarsa decina ” o ancora “Caio ha magiche potenzialità, infatti riesce ad apparire sul web in una maniera diametralmente opposta rispetto a quella che effettivamente lo caratterizza”) è arrivata la soluzione: “il get likes by yourself”, un circolo vizioso, uno stupido meccanismo che permette di guadagnare coins per ogni mi piace “cliccato” e, in base al numero di coins raggiunto, garantisce un feedback di likes. E vissero tutti felici e contenti, ognuno contemplando, soddisfatto più che mai (quasi avessimo fatto una scoperta scientifica o fossimo riusciti a scrivere un romanzo a discapito del piccolo protagonista de La Recherche), con un sorriso da ebete stampato in faccia alla “Ciaula scopre la luna” maniera, il numero di likes che, con tanta maestria e intelligenza, ci siamo autoprocurati; già oserei proiettare una immagine del nostro futuro, un futuro in cui, sapremo contare abilmente fino all’infinito (a furia di cliccare likes e guadagnare coins) e in cui avremo perso, però, l’uso della parola perché, di fatto, sarà ed è così: il contatto fisico, il tu per tu, in questo turbinoso vortice nel quale ci siamo autoimmessi, da autolesionisti, viene meno.

A ciò va aggiunto il fatto che sia palesemente più frustrante l’atto stesso del “postare” una foto e dell’autoriempirsi di mi piace del non avere affatto mi piace. Perché, in sostanza, questo dei likes, oltre ad essere un futile giro di giostra il cui perno siamo solo noi e il nostro Es, è un  processo che richiede una grande quantità di tempo per essere messo in pratica. E così si finisce per trascorrere intere giornate nell’autoimposizione di mi piace, che sono una falsa garanzia della propria bellezza e realizzazione, piuttosto che nel guardarsi allo specchio e nel ripetersi mantra precisamente mirati all’improovement della nostra self confidence o, ancora, nella lettura di un buon libro, nel compiere esercizi di yoga o di grounding, nel suonare uno strumento, nel fare una passeggiata o nello scambiare due chiacchiere con un amico. Sembrerebbe facile a dirsi ma la capacità di riuscita nella vita con un click non è così easy, come potreste erroneamente pensare, non solo quando si tratta di scoprire il magico algoritmo che permette di modificare al meglio le fotografie scattate (e di cambiarne, addirittura, l’effettiva stagione e condizione meteo) ma anche quando si tratta di aprire interessantissimi blog di moda o scrittura e canali youtube di musica. Questo è il motivo per cui non condivido la tesi di Warhol: la fama sul web la si deve “sudare”, potrebbe sembrare un termine effimero in questo ambito ma è la verità. Centinaia e centinaia di bloggers sul web hanno lavorato per anni al fine di poter raggiungere i risultati che hanno ottenuto; hanno trascorso intere mattinate e nottate scrivendo, registrando, postando video, scattando foto, praticando sia nell’ambito dell’editing che del photo shopping e non hanno avuto modo, ad esempio, di poter proseguire i propri studi o di continuare ad occuparsi del proprio mestiere, si sono di fatto ritrovate di fronte ad un bivio, ad una scelta. Basti pensare alla Ferragni, famosissima e ricercatissima fashion blogger, che ha dovuto sospendere i suoi studi di giurisprudenza presso l’università Bocconi per via della sua “improduttività” in questo ambito, improduttività causata non dalla mancanza di volontà ma dalla mancanza di tempo: la sua è stata una scelta dettata dalla impossibilità di poter conciliare più cose: quello del blogger, insomma, è divenuto, al giorno d’oggi, un vero e proprio mestiere.

In sintesi, se il nostro obiettivo è quello di raggiungere un numero illimitato di likes e di scattare selfies doc, dovremmo occuparci solo di questo nella nostra vita; da una parte ammetto di essere una sfrenata sostenitrice del multitasking ma, devo d’altro canto riconoscere che, per quanto si possa essere poliedrici, la versatilità non garantisce il massimo dell’efficienza: l’occuparsi di più aspetti contemporaneamente non ci ha mai permesso e non ci permetterà mai di dare il meglio, a meno che non subissimo una metamorfosi e diventassimo dei robots. E dunque ragazzi e ragazze, bambini e bambine, zii e zie, nonni e nonne, se nella vostra vita siete già alle prese con lo studio, con il lavoro, con il baby sitting, con la cucina e le pulizie, con la musica o con la scrittura (come è giusto che sia, come è sempre stato, come dovrebbe essere e forse sarà se solo acquisissimo più consapevolezza), svegliatevi, emergete dal mare virtuale in cui galleggiate e non lamentatevi se i vostri selfies sono sfocati o se le foto che vi ostinate a pubblicare sul web non sono tra le più gettonate perché, in fin dei conti, per divenire famosi sul web, anche solo per quindici minuti, di impegno e costanza ce ne vogliono eccome.

Le donne possono avere tutto, basta esserne consapevoli

Effettivamente non so se io sia mai stata innamorata…

C’è chi descrive l’amore come un coup de foudre, chi come una chimica che nasce e che viene a formarsi con il passare del tempo, molto lentamente, c’è chi ritiene, come canta Venditti, che l’amore sia simile a “un grande salto, ad una tempesta di vento, ad un grande temporale che non è vero che non fa male” e c’è, invece, chi sostiene che l’amore sia un semplice fattore direttamente proporzionale al reciproco affezionarsi e al crescere della gelosia. Insomma, pare che la gelosia e la progressiva riduzione della capacità di resistenza senza il nostro partner siano indici sulla scala dell’amore, una scala il cui apice non si sa quale sia, dove arrivi, se abbia effettivamente una fine, o se, forse, il suo punto d’arresto cambi da persona a persona, di relazione in relazione.

Fatto sta che, innamorata o no, sono stata fidanzata “seriamente” una sola volta in tutta la mia vita, con un ragazzo bruttissimo ma che aveva un cuore immenso, almeno pensavo, perché, in effetti, non era così e, per favore, credetemi ragazze se vi assicuro che in the end si è rivelato un gran bastardo e che per lui ho patito le peggiori pene dell’inferno; ne ho passate di cotte e di crude e di questa maledetta separazione ne hanno risentito molti aspetti della mia vita: la mia autostima e la mia self confidence in primis, il mio profilo scolastico, la mia vita sociale e sentimentale, il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere, di divertirmi e di godermi la vita a 360 gradi. Il mio era divenuto un vero e proprio male di vivere alla Montale maniera, un” depression mood turned on”, per intenderci.

E’ stato proprio di lì in poi che quella barese bassina, tanto irrisa a scuola, dalla voce sottile e timida ma anche acuta, dall’outfit sempliciotto e basilare, dai capelli portati sempre alla stessa maniera per timore di cambiare, per paura di osare o forse per mancanza di quel non so che, di quell’ingrediente folle nella percentuale della vita che ci induce ad andare oltre il quid, a compiere pazzie e a centrifugare il mondo… è stato proprio da quel momento che sono entrata a far parte dell’universo della Metamorfosi di Ovidio e, come la povera Dafne del Bernini che si tramuta in alloro per sfuggire al tocco dell’innamorato Apollo che, per via del suo carattere superbo, altezzoso e oltraggioso, si ritrova a naufragare nel mare dell’amore, in balia di quelle anomale onde che costituiscono l’ira divina così io ho trovato il coraggio di tagliare i miei capelli con le mie stesse esili e irrefrenabili mani da pianista, manine che fanno perdere la testa e il senso dell’orientamento a coloro che, da buoni intenditori, sono in grado di apprezzare un Mozart o uno Chopin eseguiti al pianoforte ma che, ahimè, una linea retta con le forbici, non sanno delinearla. “E va be’, pazienza, inevitabile sarà la visita dal parrucchiere ma quello che conta, ora come ora, è la metamorfosi che sto subendo”, pensavo.

Ero sospetta che stessi attraversando un “metamorfosi period” perché se ho un vantaggio, esso è costituito senz’ombra di dubbio dalla consapevolezza in tutto quello che faccio: sono sempre cosciente, ho la percezione dell’hic et nunc, sembro praticamente partorita da un centro di bioenergetica alla Alexander Lowen maniera, in cui si eseguano a ripetizione esercizi di grounding; il mio è timore di perdere il self control, motivo per cui, tra l’altro, e questo rappresenta un ulteriore e concreto vantaggio, sono poco dedita al bere: io non voglio essere in balia di nessuno, nemmeno in balia dell’alcool, solo in balia di me stessa e, neanche in balia dell’amore. Questo è lo slogan della metamorfosi tittiana: non voglio più essere in balia dell’amore, non oserò mai più innamorarmi. E dunque, in seguito, ero sempre più convinta di essere in fieri e in preda ad un cambiamento…

E’ stato in questo capitolo della mia vita che ho elaborato una teoria che mi ha accompagnata per molti anni, fino ad oggi, una teoria alla Helen Gurley Brown maniera, secondo la quale valga la pena fidanzarsi solo con un uomo che rientri nei nostri canoni, che rispecchi i nostri gusti, che ci attragga particolarmente dal punto di vista della bellezza e della ricchezza e, inserirei, anche del gusto perché esso è un aspetto importantissimo e che viene spesso sottovalutato. Un uomo con grande savoir faire e, perché no, anche savoir vivre, un intenditore della belle vie, un hot viveur,un dandy un po’ snobbish, insomma un gentleman, ragazze, che vi apra lo sportello della sua auto limited edition e vi faccia accomodare su un sedile rigorosamente in pelle, seppur scomodo, e accenda l’aria calda perché fuori la temperatura è sullo zero, poco più, poco meno. Che vi porti in un ristorante giapponese sofisticato, dall’atmosfera tranquilla ma cupa, tendente al nero, al bordeaux o al rosso fuoco, quei colori aggressivi che vi inducano inevitabilmente a pensare al dopo, che fanno automaticamente crescere in voi l’ardore e la passione ma anche il desiderio di farvi valere, di dimostrare di essere all’altezza della situazione, di garantire che voi, in quel luogo, ci siete già state, che quella è la vostra routine il sabato sera, che voi le bacchette giapponesi sapete usarle come posate, che per voi, in tutto ciò, non c’è nulla di nuovo, che non state vivendo una favola o un sogno, che lui non è il vostro prince e voi non siete mica Cenerentola.

Conoscersi al momento, delineare il proprio profile riassumendolo in pochi punti salienti perché “dum loquimur,fugerit invida aetas” per citare Orazio, e fare perennemente a pugni con il calice di vino che non fa altro che nuotare controcorrente e stimolare la nostra loquacità e renderla più fluent, e farci sfuggire dettagli che non ci sarebbero dovuti sfuggire, dettagli sui nostri punti deboli, su nostri “deficit”, dettagli che, in situazioni come queste, non andrebbero assolutamente svelati. E poi finire a letto e che importa, anzi, che ben venga, se il letto a disposizione sarà proprio quello nostro, stracolmo di peluches e semi-occupato dal cuscino fidanzato che vi ostinate ad abbracciare e baciare ogni sera in prospettiva di un futuro migliore e quasi convincendovi che sia lui the right one,  andiamo felicemente incontro a questa notte di puro piacere, piacere in tutte le sue sfaccettature: il piacere di truccarsi, profumarsi, vestirsi, indossare vertiginosi heels a spillo per sentirsi più attraenti e seducenti, il piacere dell’alta velocità e del rombo di un’auto di serie A che suona alle nostre orecchie come Sogno d’amore di Liszt, dare sfogo al nostro sex appeal, dare adito a tutte le nostre potenzialità e, ancora, il piacere di gustare del vino rosso e sorseggiarlo da un calice sul quale farà scalpore l’impronta delle nostre labbra imbevute di rossetto, il piacere di fumare una marlboro con tanto di erotismo e sense of humour, poi condire il tutto con una esile e fugace aria di superiorità, quell’aria da saputella, da “io, ne so quanto te”, da “è come dico io”.

Questa è la self confidence ed è anche l’ingrediente vincente, quello che fa la differenza e quindi il “last but not least” per ricorrere al classico detto British; infatti, così facendo, dimostrerete di avere una delle componenti più difficili da ottenere ma che, una volta ottenuta, vi permetterà di sfidare l’esercito di Artaserse come fecero i diecimila nell’anabasi raccontata da Senofonte. Dunque concedersi al piacere avendo self confidence: questa ricetta, ragazze, è una pazzesca arma a doppio taglio che vi garantirà di “gestire” (ricorro ad un linguaggio legato ad un differente campo semantico ma che si addice perfettamente al nostro caso) il sesso opposto; si tratta proprio di quella femminilità che mette insieme il glamour con l’empowerment personale: è questo il binomio vincente e il connubio perfetto.

Di qui in poi le soluzioni possibili sono due:

a) L’uomo potrebbe nutrire un forte desiderio di conoscervi (ma questa ipotesi si concretizza solo nel caso in cui l’uomo con cui abbiate avuto a che fare sia particolarmente intelligente e abbia un certo raro acume cerebrale che lo porti a considerare il sesso come un discorso a parte, come un accessorio e non come il perno e il fine di tutto; un uomo che, nonostante lo abbiate già fatto, vi consideri ancora come una miniera stracolma di risorse da scoprire).

b) Caso più frequente: vi considererà alla stregua di una semplice avventura e…. “qual è il problema? Ne vale la pena farsi diecimila pianti? ” rimugino tra me e me. “As-so-lu-ta-men-te no!” mi rispondo.

E adesso ve ne spiego il motivo: in questa atmosfera che io ho tracciato e delineato si presuppone, come ho bene chiarito all’inizio, che voi siate alla stessa altezza di quest’uomo, che voi non siate Cenerentola ma la principessa in persona quindi che al giapponese vi rechiate ogni sabato (non è che vi magnate una cotoletta in casa di sabato sera eh, per favore!), che una cultura alla enkiuklios paideia maniera (ovvero una infarinatura culturale a 360 gradi) l’abbiate, una laurea anche, un cervello, non ne parliamo, la seduzione è il vostro punto di forza e siete al completo, non vi manca assolutamente nulla, anzi, avete “a bunch of stuff” da sfoggiare che supera a centinaia quella dell’uomo e,durante la serata, avete avuto modo di giocare tutte le vostre carte all’apex, all’acme e in tutte le loro facce e i loro colori! Perciò se il vostro tipo ha preso questa seconda decisione è solo e semplicemente perché egli è uno come voi, un tipo a cui piace rivolgere la vita e tutta l’attenzione solo su se stesso, come dicevo, un viveur mal riuscito, un egocentrico del cazzo o una femminuccia a cui manca la mamma e che crede ancora all’esistenza del vaso di pandora e che pensa che il mondo giri tutto attorno a sé e al suo birillo, al suo sophisticated job e ai suoi mandy friends, e dunque: “what’s the problem darlings?” Infatti anche voi dovreste, anzi, dovete pensarla in questa maniera: prima voi stesse, il vostro cagnolino o il vostro micio, poi il lavoro e le amiche… “e gli uomini?” mi domando. ” Be’, gli uomini… non si piazzano neanche in quinta posizione figuratevi se in pole position!”, mi convinco. D’altro canto voi siete una copia del suo lato migliore (solo di quello eh, e non sto parlando del suo polposo o piattissimo lato b, ma della sua professional side): siete professionalmente affermate, siete sexy da mozzare il fiato, siete bellissime (attenzione bellezza non è equivalente di perfezione, ricordatelo sempre: un naso adunco può essere seducente più di uno alla francese, pensate ad Amal Alamuddin, l’avvocatessa che è in procinto di sposare uno dei single più ambiti del pianeta) e soprattutto state bene da sole. Si è trattato solo di un’avventura? Pazienza, salirete sul prossimo treno. Perché, al fine di citare ancora la mitica Helen, “le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive vanno dappertutto”. Convinciamoci, per cortesia, che le donne POSSONO avere tutto: amore, sesso e soldi. L’importante è aver trascorso una serata diversa, aver fatto del bene a voi stesse provando del piacere, “dell’orgasmo” in tutte le sue sfaccettature e poi, credetemi ragazze, se vi dicessi che “fa troppo figo” camminare per strada un qualsiasi giorno sulle nostre pumps o stiletto shoes come se a seguirci ci fossero tre tra gli uomini più seducenti del pianeta e salutare con due semplici e apparentemente freddissimi tocchi di guancia proprio quell’uomo che, come noi, continua a vivere da sé la sua pazza, folle e frenetica vita e che agli occhi dei passanti pare essere per noi un perfetto sconosciuto (probabile che effettivamente lo sia, una notte, in fondo, non è mai stata sufficiente per conoscere come si conviene una persona) ma che, in realtà, ci conosce più che mai e  sa cosa ci piace nel vero senso del termine. Infine non dimenticherò mai quello che mi ha detto mio padre quando ero in crisi con il brutto tipo citato sopra: “Una ragazza carina come te, che fa l’eterna fidanzata e si danna pure l’anima! Ma goditi questi anni di spensieratezza amando semplicemente te stessa, che il tempo passa…”. L’ho preso in parola e sto effettivamente cercando di godere della mia libertà viaggiando, conoscendo persone, vivendo la vita a 360 gradi; in parte vi sto riuscendo e sono più che entusiasta dell’esito, è per questo motivo che sono qui, seduta di fronte ad un iMac e ad una tastiera sorseggiando (come vi avevo già accennato in un vecchio post) caffè variegato alla vaniglia: per coinvolgere anche voi in questo meraviglioso viaggio, adottando un mitico ed avvincente ma soprattutto conveniente modus vivendi, verso l’isola che non c’è.